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SPESA SANITARIA: Bartoletti (Fimmg), bisogna rendere funzionante il rapporto ospedale-territorio –Intervista-

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(Agenparl) – di Antonella Aldrighetti   -“Forse questa situazione della sanità, sempre più intricata, non la si vuole risolvere. I mezzi ce li abbiamo tutti dobbiamo solo risanare il sistema dal punto di vista organizzativo. Dalle Rsa (residenze sanitarie assistite) alle strutture sul territorio”. Poche parole quelle pronunciate da Pier Luigi Bartoletti, vicesegretario nazionale di Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale), dall’ottobre 2014, che delineano un quadro con una grande potenzialità ma che mese dopo mese sembra sempre più desolante. Soprattutto a oggi quando parecchie Regioni potrebbero essere decommissariate e uscire finalmente dal piano di rientro dal deficit. Il binomio vincente è rendere funzionante il rapporto ospedale-territorio. Diversamente si rischia il default.

Dottor Bartoletti da cosa è dovuto l’empasse assistenziale cui stiamo assistendo se, queste potenzialità gestionali, ci sarebbero tutte?

“Stiamo pagando i tagli dei costi dettati dai diversi piani di rientro e ovviamente questo diventa un problema ancora più evidente nelle strutture sanitarie di zone ad alta densità di popolazione. E’ il caso dell’ospedale di Nola per esempio. E’ chiaro che il deficit sta nel fatto che la realtà Ospedale-Territorio c’è solo sulla carta. Nei fatti i due soggetti non comunicano. Eppure lo strumento per la gestione c’è e anche il metodo: abbiamo i protocolli, gli indicatori e le linee guida. Serve qualcuno che mette in moto il meccanismo. Il risultato che si deve raggiungere è abbattere i costi migliorando i servizi. Diversamente il sistema non regge”.

Quindi il sistema sarebbe inceppato. E questo vale anche per le liste d’attesa che costituiscono per ogni cittadino che necessita della sanità pubblica, il problema più evidente. Altrettanto la lista degli esami da praticare in urgenza non aiuta perché è parziale.

“Facciamo un esempio. Un medico di famiglia richiede gli esami diagnostici rare volte, ovvero quando la diagnosi è non nota. In media 7 ogni settimana. In questo caso il paziente deve avere accesso alla prenotazione in un tempo limite. Entro una settimana lo trovo ragionevole. Uno specialista analogamente deve fare esattamente la stessa cosa: prescrivere l’esame e richiederlo nella stessa struttura dove lavora. Non inviare il paziente a cercare altrove chi gli fa quell’analisi. Così il meccanismo si inceppa. E se poi la diagnosi richiede un intervento chirurgico deve parlarne con il paziente e fissare l’intervento. Il paziente in questo modo è ottimamente seguito e non perde tempo. Altrettanto se dopo l’intervento chirurgico ha bisogno di qualche giorno di degenza deve poterla fare in una struttura protetta. Non ospedaliera ma una realtà parallela. Una realtà dove i costi sono inferiori per il sistema pubblico e più adeguati al paziente. Questo è un modello più snello e virtuoso che porta benefici ai servizi: intercetta la domanda di salute prima della malattia e quindi limita la spesa sanitaria complessiva. Quanto alla lista degli esami urgenti nel Lazio ad esempio la stiamo rivedendo”.

Purtroppo però le liste d’attesa per gli interventi chirurgici sono smisurate e altrettanto gli esami diagnostici e certe volte addirittura le visite specialistiche. Se invece si sceglie l’intramoenia passiamo da sei mesi a due giorni. Sembra paradossale.

“L’intramoenia è stata concepita come possibilità di scelta. A oggi sta diventando l’unico mezzo per fare un esame in tempi rapidi. Ma questo metodo non è corretto. Queste situazioni devono assolutamente essere controllate e automaticamente bloccate. Diversamente ci deve rimettere il direttore della Uoc controllo. Con quest’approccio all’offerta sanitaria la spesa pubblica continuerà a crescere altrettanto crescerà anche quella che il cittadino impegna per accorciare i tempi di attesa. E’ chiaro che questo modello di gestione non può funzionare: piuttosto dobbiamo gestire l’assistenza di primo livello nel territorio (Rsa e post acuzie) e quella di secondo livello negli ospedali. Diversamente la rete ospedale-territorio si inceppa e non potrà portare benefici all’erario e all’offerta di salute”.

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